Dire senza dire, un esempio vincente da Natalia Ginzburg

Vissuta tra il 1916 e il 1991 tra Palermo e Roma nel secolo maledetto delle grandi trasformazioni, questa autrice dopo una felice raccolta di racconti scritti giovanissima si mette in evidenza con la strada che va in città nel 1926 mentre era al confino per antifascismo con la sua famiglia. Nel dopo guerra la sua produzione letteraria diventa costante e prolifica con numerosi titoli e consensi di pubblico al suo attivo: è stato così(1947), tutti i nostri ieri, valentino, le voci della sera, caro Michele, la città e la casa(1984). Scrise anche importanti libri di memorie e saggi estendendo la sua produzione anche al teatro. Vediamo come risolve in Caro Michele, l’assillo della descrizione di una donna che ha superato la quarantina. La Ginzburg trovandosi a descrivere una signora di oltre quaranta anni nella sua nuova casa, di fatto non ci dice nulla di significativo direttamente, ma descrivendo gli ambienti in cui si muove il personaggio, ci dice senza dire in quale panorama dimesso si svolge la sua esistenza. Essendo il suo compleanno privo di particolari eventi di rilievo, capiamo che il personaggio è fondamentalmente imregnato di tristezza, ma l’autrice non ha necessità di chiarire questo aspetto se non inserendo nel quadro generale aspetti decadenti nella descrizione delle location:

Una donna di quarantatré anni che si chiamava Adriana si alzò nella sua casa nuova. Nevicava. Quel giorno era il suo compleanno. Aveva 43 anni. La casa era in aperta campagna, sullo sfondo si vedeva il paese situato su una collinetta distante due chilometri. Adriana che si trovava nella sua abitazione da dieci giorni, dopo essersi infilata una vestaglia di velo color tabacco e un paio di pantofole color tabacco slabbrate, con un bordo di telo bianco molto frusto e sudicio, scese in cucina dove si fece una tazza di orzo Bimbo e ci inzuppò diversi biscotti. Dopo aver fatto colazione Adriana andò nel soggiorno e spalancò le imposte. Nello specchio che era dietro il divano, salutò e contemplò la sua alta persona, i suoi corti e ondulati capelli color del rame, la testa piccola e il collo lungo e forte, gli occhi verdi, larghi e tristi. Poi Adriana sedette alla scrivania e scrisse una lettera al suo unico figlio maschio.

L’autrice ci dice forse qualcosa sull’ estrazione sociale del personaggio? Eppure entriamo clandistinamente in un momento particolare nell’ intimità del personaggio. La nevicata ci indica che la casa è in uno stato di totale isolamento e come la neve che cade soffice e lenta i pensieri corrodono questa donna che deve scrivere qualcosa a Michele. Il freddo diventa quasi simbolico apprenderemo in seguito che Adriana è una donna in crisi divorziata ma già da ora intuiamo che questo gelo dell’ anima che prova la protagonista è centrale nella narrazione e si propaga fino al lettore. Non c’è aggressività nella prosa della Ginzburg, anzi riscontriamo una dosata e rispettosa pacatezza. Lo stile è piatto ed asciutto come la vita che vuole rappresentare. Dietro a questa leggerezza dei tranquilli anni settanta si nasconde il mondo di valori che si stanno allontanando, di persone alla deriva come isole in un arcipelago. Siamo di fronte a brevi pennellate impresse con tecnica vettoriale (alla Carver, solo l’essenziale, frasi corte e funzionali, solo quello che serve per ottenere il massimo con il minimo sforzo) senza fronzoli barocchi in cui si capisce la piattezza e la monotonia di atti ripetuti. Il tempo scorre inesorabile mentre lei color tabacco é alle prese con una tazza di orzo bimbo, forse rievocazione di una infanzia perduta ricca di sogni infranti, a cui lo specchio rimanda in un confronto diretto poi, un duello di situazioni irrisolte.

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